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THE MAGIK WAY
"Fuoco cammina con me: fedelmente ti seguo"
Dicembre 2020
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Risponde NEQUAM - Flavio Domenico Porrati

La natura, la Terra, l’ambiente sono stati gli elementi iniziali, le basi su cui si è poi sviluppato il processo lirico e creativo del precedente “Curve Sternum”. Sul fuoco si fonda la nascita e il futuro svolgersi del nuovo album “Il Rinato“. A cosa è dovuta questa scelta?

Innanzitutto un saluto a tutti.
Beh le ragioni sono da ricercare tanto negli interessi e nelle letture coltivate durante la stesura dell’album, quanto nel susseguirsi di eventi che hanno trasformato questa nuova storia in un percorso in qualche misura autobiografico.
Al centro della vicenda c’è sempre l’uomo: l’adepto, l’annichilito, una figura archetipica, primordiale che ritroviamo in ogni nostra opera. Quante volte nella vita abbiamo fatto una terribile fatica? Quante volte abbiamo lottato strenuamente? Quante volte questo schema si sarà ripetuto nei millenni? Gli eventi che si ripetono lasciano tracce come un aratro, lasciano solchi entro i quali tutti prima o poi finiscono, più o meno accidentalmente, affrontandone le conseguenze.
Se per Curve Sternum si era parlato di orizzontalità, dimensione terrigna e umida, per Il Rinato parleremo di verticalità, dimensione acida, elettrica, ustionante.
Qui entrano in gioco antiche istanze, dove furibondi rituali di sangue trascineranno l'adepto in uno stadio di nevrosi ritualistica, di stato euforico allucinatorio, fino alla totale perdita di sé.
Il Rinato tratta in un certo qual modo del baratro della follia.
Questi rituali, che come in Curve Sternum cedevano ad un ardito sincretismo, sono sospinti da una forza ignota ed elettrica attivata dalla luce. Per questo il Sole, che l’adepto definisce “cometa” per l’impossibilità di riconoscerlo non avendolo mai visto prima, gioca un ruolo importante nell'intera vicenda. Dall’osservazione di questa cometa quindi, scaturirà una fascinazione corrosiva e nociva. Ciò innescherà una escalation di follia, di atti magici che lo porteranno alla separazione da sé, alla più oscura sublimazione, fino al disfacimento della carne.
In una logica squisitamente simbolica l’adepto utilizzerà il Fuoco come elemento cardine del suo cammino verticale. Ma il Fuoco che egli attiva è un fuoco errante, che brucia ma non illumina, il fuoco vacuo che impedisce di discernere la realtà delle cose e che sostanzialmente imprigiona la Luce. Questo concetto è espresso anche sulla copertina dell’album dove troviamo, come fu per Curve Sternum, la rappresentazione simbolica di quanto detto.
Possiamo quindi affermare che il Fuoco è per Il Rinato lo strumento attraverso il quale avrebbe voluto ingraziarsi il Sole, ma diviene fatalmente il mezzo per il sacrificio di sé.

Da un lato il fuoco e la sua luce, dall’altro l’oscuro. Spesso affascinano contemporaneamente. A tuo avviso, c‘è una spiegazione plausibile?

Sono i contrasti, i conflitti a risvegliare l’attenzione e ad averci sempre affascinato e Il Rinato ne è ricco. Musicalmente inanzitutto, per un album dove le parti minimaliste ed intimiste fanno da contro-altare a esplosioni sinistre e oscure. Testualmente poi, attraverso un viaggio dentro e fuori di sé, schizofrenico e dissociante e infine visivamente: la componente filmica e grafica è infatti assai presente e anzi accompagna tutta la narrazione.

Nel libro “Bambino bruciato” di Stig Dagerman, una delle frasi di apertura recita “Non è vero che un bambino che si è bruciato sta lontano dal fuoco. Sa che se si avvicinerà si brucerà di nuovo, e ciononostante si avvicina”. Lo pensi anche tu? Cosa credi avvicini di più l’uomo a questo elemento?

Mi trova assolutamente d’accordo. Intanto cominciamo con il dare un dato: il piacere e il dolore sono fratelli. Così come il piacere e la morte, lo diceva già Freud nel suo “Al di là del principio di piacere” e prima di lui i greci (Eros e Thanatos). Molti miti contengono elementi come il dolore, la perdita, il piacere, il narcisismo.
E ancora l’apoptosi, ossia il cammino inesorabile che ci conduce alla morte, appare come irreversibile, un richiamo per le carni, una calamita che ci attrae verso la stasi, la cessazione. Ecco perché siamo spesso protagonisti di atti che mettono a repentaglio la nostra incolumità.
Il Fuoco contiene questa duplice condizione, esso conturba ma distrugge.

Stig Dagerman era uno scrittore svedese morto suicida a soli 31 anni. Il suicidio è visto da molti come un atto di debolezza; qual è la tua opinione/parere in merito?

Una domanda impegnativa.
“Il corpo è un involucro e ci appartiene”, è una frase che troverai anche ne Il Rinato, un concetto per me imprescindibile, quindi direi che del suicidio l’aspetto meno importante risieda proprio nella morte del corpo nonché nell’abbandono di questo piano terreno.
Di certo non parlerei di debolezza, anzi per i greci kalòs thánatos, cioè la “bella morte” poteva rappresentare l’atto eroico per eccellenza, il gesto leggendario, l’estremo tentativo di affrontare se stessi e le proprie paure.
Non avendo un’idea della vita intesa come atto unico ed irripetibile non posso che avere un’idea altrettanto ridimensionata del suicidio. Questa carne della quale siamo fatti potrebbe non essere che una delle declinazioni possibili del nostro Essere.

Quale colore utilizzeresti per descrivere l’odierna proposta musicale dei THE MAGIK WAY? Un unico colore compatto o con sfumature che valgono la pena di essere sottolineate? Che significato avrebbero?

Il prossimo album è caratterizzato da un’infinità di sfumature che discendono tutte da quel fuoco errante poc’anzi citato: sfumature acide, bruciate, del sangue rappreso e dell’oro, della carne che arde, del verde e del viola di un incarnato orribilmente violato.
E’ un album che narra di una vicenda che porta all’esaurimento del protagonista, alla sua cessazione/trasformazione. I colori che evoca, sono colori esausti, consunti, oscuri eppure accecanti e sono tutti presenti all’interno dell’artwork che ho curato io stesso.

C’è un evento particolare che ti ha fornito l’input per cominciare a scrivere il nuovo disco? Come si è sviluppato il processo creativo?

La prima immagine che ebbi nel 2016 (quindi un po’ di tempo fa), fu di un uomo intento ad arrampicarsi da una riva scoscesa, ossessionato da ciò che si lasciava alle spalle, attratto inspiegabilmente da ciò che aveva di fronte ma che ancora non conosceva.
Un arrampicarsi disarmonico, con le unghie, doloroso e assai faticoso. Per molte notti venivo svegliato dal suono di queste unghie che si spezzavano incastrate in qualche corteccia o da un battito accelerato che mi rimbombava nelle orecchie.
Credo fosse una reazione psicologica a Curve Sternum, una sorta di agognato superamento di quella condizione orizzontale della quale parlavamo prima.
Poi scrissi su un foglio di carta “E più salgo, più non sento fatica”, una frase presente nel primo brano, e forse fu questo verso che mi mise in contatto con la storia di un indomito e fallace uomo, dalle vesti lise, accecato da una sfera rovente nel cielo, alla quale non sapeva dare un nome. Un uomo impegnato in un cammino “verticale”.
Nel 2017 ci fu la pubblicazione del DVD “Ananke” e nel 2018 lo split con i Malvento, ma contemporaneamente continuavo a percorrere questa strada in salita, allucinante e colma di ostacoli. Scrissi tanto e per tanti mesi, presentando alla band molte idee, gettando via materiale che ritenevamo inidoneo e sostanzialmente ripercorrendo tutto il processo. Un iter faticoso protrattosi per tutto il 2019, dove mi ritrovai prossimo ad un vero e proprio blocco.
Poi finalmente trovai la “via” assieme a Maniac of Sacrifice, Tlalocan, Gea Crini e Fabio Lanciotti che ha curato il mastering e con il quale ho avuto modo di elaborare un’idea di suono e di proposta più mirata. Tra i vari crucci c’era per l’appunto il suono. La via giusta, tanto per cambiare, era quella della semplicità, della spontanietà. I lavori a quel punto procedevano spediti e così a fine primavera 2020, consegnammo il materiale a My Kingdom Music.

“Il Rinato” è un concept album. Alla conclusione della descrizione del concept il protagonista sembra morire. Quale battaglia ha perso? La sconfitta poteva essere evitata?

Verso la conclusione dell’album si ode una frase litanica e ripetuta, che lascia presagire che la terribile processione verso il Sole sarebbe terminata in maniera nefasta per il protagonista ormai dilaniato dal calore e dalle ferite e da una mente ormai azzerata.
Osservandolo da un altro punto di vista però, il protagonista sta finalmente approdando ad una condizione nuova, superiore, oltre il dolore, finalizzata al “ritrovarsi ancora”.
Di certo siamo d’innanzi all’inevitabilità di un cambiamento, dove l’adepto è spinto a mutare, a distruggersi per rinascere in una condizione che vada oltre la dimensione corporea.
Lasciamo quindi ad altri il piacere di darsi una spiegazione, plasmandosi una propria fine consona.

Alcuni testi sono lunghissimi. Non era possibile “contenere” lo sviluppo delle liriche?

Lunghissimi… ma speriamo non noiosi!
La maggior parte dei testi è tramato alla musica, non dissimile in realtà dai nostri standard: litanici e quasi ripetitivi. Altri sono frutto di monologhi più teatrali che musicali che cadono sempre in momenti della storia dove il protagonista vive una fase dissociata e di cupa introspezione. Una sorta di flusso di coscienza, alla stregua di un reading.
La stesura di questi è assai vicina alla scrittura automatica, lo dico con cognizione di causa e senza l’intenzione di creare clamore o fare butade per generare curiosità.
La scrittura “mi trova” e d’altronde non saprei neppure ricordare l’esatto momento in cui io scriva. Non devo fare altro che prepararmi all’evenienza, predispormi ed essere pronto.
E’ un flusso che m’impedisce di valutarne la lunghezza, la tortuosità. C’è poi una fase di aggiustamento successivo, anche se tento sempre di non perdere in naturalezza, lasciando integra la particolarità del momento e l’essenza di quello strano flusso.
In questo processo, assai importante è stato il ruolo di Gea Crini, esperta proprio di quella parte “teatrale” che di tanto in tanto indebitamente frequento con la mia voce.
Alle sue competenze devo una certa ricerca in tal senso, anni fa solo accennata o comunque frequentata in maniera per così dire anarchica e solo istintiva.

Mi hai detto che il disco è incentrato sulla luce che rischiara. In alcuni momenti si ha questa sensazione, in altri il buio avvolge completamente. Uno dei punti di forza dell’album è questo; non è uno scontro, anzi luce e buio viaggiano tenendosi mano nella mano.

Siamo davvero lieti che tu abbia percepito questo.
Il Rinato narra di una vicenda dove la luce osservata dal protagonista è rischiarante e avvolgente, inonda il corpo di energia e forza, ma contiene in sé una parte ambigua: quella distruttiva.
Per evocare questa euforia, una sorta di nevrosi allucinante, mi sono ispirato ad alcune realtà che ho avuto modo di studiare lavorando nell’ambito della psichiatria.
Il concetto di realtà nella mente “malata” è oltremodo interessante e ho la grande fortuna di vederlo ogni giorno da due decenni: le bizzarrie, i deliri persecutori, la schizofrenia e il suo mondo fatto di voci dialoganti e personalità multiple, sono tutti fenomeni che conosco e mi sono tornati utili nel delineare i tratti del protagonista e della storia nel suo insieme.
Siamo quindi di fronte ad un racconto, dove il reale si mescola alle allucinazioni del protagonista, dove nulla è come sembra.
Desideravamo evocare la sensazione di chi vive senza punti di riferimento, convinto di qualcosa che non trova riscontro nella realtà, perseguitato da demoni immaginari ma reali nella loro prorompente vitalità.

L’album esplora diverse soluzioni stilistiche. Musica Ritualistica Occulta è il termine sonoro/spirituale utilizzato negli anni per presentare i THE MAGIK WAY. Pensi che questa descrizione rappresenti al meglio anche “Il Rinato”?

Assolutamente, e forse anche più del solito.
All’interno del disco ci sono molti momenti rituali, di gruppo, molti ritmi ridotti alla sola grancassa, molte litanie ripetute ossessivamente che traggono ispirazione dai movimenti ciclici che ritroviamo in tante culture, compresa la nostra.
Rispetto a Curve Sternum dove ogni brano rispettava la struttura di una canzone ed era nettamente separato da quello successivo, né Il Rinato ci sono parti molto più libere, anche improvvisate, specie nella parte centrale dove si possono trovare momenti d’insieme registrati “buona la prima” e quasi per nulla ritoccati.
E’ il caso di “In Igne Vivit Salamandra”, un brano che scaturisce da un momento di raccoglimento.
Hanno fatto ritorno anche alcuni strumenti idiofoni del passato: percussioni e shakers, oggetti auto-costruiti che possono ricordare l’approccio di “Cosmocaos”, il nostro album del 1999. Un approccio di condivisione, di confronto circolare, dove sono gli strumenti a parlare e dove a volte prendono il sopravvento rispetto al rigore cantautorale che in un certo senso ci contraddistingue.

In questo album le voci femminili e i cori sono molto frequenti, non sono una semplice aggiunta, ma in alcuni casi diventano determinanti per il raggiungimento dell’obiettivo. Cosa ti ha portato a tale scelta? Quando hai capito che la loro presenza era necessaria?

Rientrano in quell’idea di ritualità, d’insieme. Alcuni testi sono veramente crudi, tra i più crudi che io abbia scritto e sicuramente parliamo di un album molto più cantato dei precedenti.
L’apporto di Gea Crini è stato notevole, sia per la parte canora, dove ha aggiunto colori nuovi alla performance, che per quella attoriale, provenendo dal teatro.
In generale Il Rinato è da considerarsi un disco plurale, il protagonista, che attraversa vari e alternanti stati d’animo, è perennemente abitato di voci, deliri e ciò che lo circonda, è spaventevole: spiriti roteanti, visioni animali terribili, provenienti da quel “mondo deforme che gira gira gira gira”, che viene citato nel brano “Le Vampe”.
Questa estrema vorticosità, questo dialogo dentro e fuori di sé, questa incombente presenza di creature spettrali necessitava di essere resa con una pluralità di voci e timbri e così abbiamo fatto.

Le note interne indicano che il disco è stato registrato in vari luoghi del basso Piemonte, spesso immersi nella pura natura. Cosa vi ha portato a questo? Una libera scelta o in qualche modo una necessità?

Il processo per la realizzazione del disco prevedeva parti in studio realizzate presso il nostro nuovo allestimento denominato L’Alleanza Ermetica e altre corali, rituali in luoghi non convenzionali. Fortunatamente con le tecnologie di oggi non è difficilissimo registrare ovunque. Sono pratiche che noi mettiamo in atto fin dai tempi in cui era veramente proibitivo, con mini-registratori e soluzioni alquanto improbabili!
Alcuni luoghi che abbiamo scelto sono molto importanti per noi, si trovano spersi tra le province di Alessandria e Asti e sono abitati da energie a noi care, luoghi di potenza. Speriamo che un poco di quella energia confluisca nella nostra musica e nell’animo di chi ascolta.
Esiste poi una questione sonora, più tecnica, legata ai reverberi naturali di certi ambienti, ai rumori di fondo e al nostro amore per la musica concreta. Tutto ciò influisce sull’interpretazione e sul risultato finale, rendendo il suono generale più sporco e vero.

Le fotografie del libretto di “Curve Sternum” davano ampio spazio alla natura e alla sua essenza, in molte pagine il bianco e il nero erano dominanti. Nel nuovo album la natura è ancora presente e ogni pagina è una mostra di più colori spesso enigmatici e arcani nel loro fondersi. C’è un significato particolare?

Assolutamente. Le immagini ricalcano quell’idea di allucinazione, di realtà sdoppiata, di euforia/follia che è la cifra dell’album.
Alcune di queste sono molto aderenti agli scenari che la mia immaginazione ha evocato e per questo spero che l’ascoltatore possa inoltrarsi nella musica così come nei colori, attraverso un’esperienza totale, che lo appaghi nel profondo.
Abbiamo cercato di tradurre a livello grafico questi concetti, disseminando qua e là le immagini di segni riconducibili alla componente esoterica della storia. Speriamo di esserci riusciti.

Le note interne indicano che alcuni brani contengono spunti musicali di Diabolic Obsession, co-fondatore dei THE MAGIK WAY con il quale sei tuttora in contatto. Nel bellissimo film di Pupi Avati “L’Arcano Incantatore”, un’enigmatica figura nascosta dietro un quadro recita questa frase: “Dovunque andiate sarete legato in eterno al nostro patto”. Parole che, credo, possono descrivere bene il legame che vi unisce, giusto?

E come dimenticare quella figura... un autentico archetipo avatiano.
Conosco Diabolic Obsession da quasi 30 anni e con lui ho condiviso molti dei momenti più intensi della mia “carriera” musicale e non solo; ricordi indelebili del passato e del presente che rimarranno. Certi incontri per quanto fortuiti non sono mai casuali e la stima e l’affetto che mi lega a lui resiste ai tranelli del tempo, senza alcuno sforzo.
Il suo approccio alla scrittura, la sua vena visionaria sono fondative dei The Magik Way, rappresentano un “modo” di fare musica che ancora oggi persiste nelle nostre opere. Anche in questo disco ho attinto da un paio di riff da lui ideati: inserirli mi è parso, come sempre, un processo naturale. Emergono nella memoria, e nient’altro.

So che hai apprezzato l’ultimo film di Pupi Avati “Il Signor Diavolo”. La tua impressione è che tratti il sacro e il profano; il cristiano e il pagano; il rito espiatorio come veicolo della perdita del senno; il mostruoso nella cultura rurale. Alcune comunità ancora oggi vi basano la propria esistenza. Credi ci sia un motivo particolare?

Intanto “Il Signor Diavolo” porta con sé un’idea, quella del gotico padano, che nobilita e indaga una dimensione contadina da noi sposata con estrema convinzione. Noi crediamo nei chiaroscuri della provincia, viviamo costantemente il fascino delle nebbie, delle pianure, delle vigne, della Magia della Terra, assai forte nei nostri luoghi natii. Non è un caso se il cinema di questo grande maestro ci impressiona così tanto. Lo sentiamo in qualche modo vicino.
Per rispondere alla tua domanda vorrei evidenziare anche che “Il Signor Diavolo” indaga una questione profondissima: l’identità popolare.
Forse qui risiede la ragione del permanere di certe usanze nella cultura italiana.
Lo fa attraverso un sistema infallibile, ossia l’evocazione della paura, una paura prossima, vicina, bambina, ammantata di mistero e per questo terrificante.
Lo fa attraverso la superstizione, attraverso il “mostruoso” come elemento disturbante, radicato profondamente nel nostro immaginario.
In un mondo globalizzato che offre molto, ma priva i grandi centri urbani e non solo, di un’identità riconoscibile, la provincia tenta un processo inverso, riconquistare le radici culturali più profonde.
Lo stesso Avati intervistato sull’argomento ha detto “la vita nella cultura contadina è una collina che si sale”, una frase che personalmente mi emoziona moltissimo.

Il bellissimo video “Il Tempo Verticale” mostra, chiuso in una casa, un individuo in qualche modo attirato e al contempo spaventato dal sole. A un certo punto qualcuno o qualcosa spalanca la finestra e il ragazzo esce dall’edificio coprendosi il volto. Qual è la forza che lo spinge fuori?

Intanto grazie per l’apprezzamento e fammi salutare Giancarlo Adorno, il bravissimo attore che ha vestito i panni del protagonista e Alberto Malinverni, regista e collaboratore da oltre un decennio dei The Magik Way.
Il nostro adepto è certamente spaventato dal Sole ma è anche incuriosito e, in una certa misura, innamorato di questo. L’attrazione lo spinge al coraggio, all’ingegno, a costruirsi un copricapo rudimentale nel tentativo di proteggersi: un oggetto simbolico che rappresenta il tentativo di razionalizzare la paura, un nascondiglio appartenente a una dimensione bambina. Certo, il quotidiano del protagonista è terribile, egli vive nell’incertezza, ogni muscolo richiama a questo tremendo conflitto, reso molto fisico dalla performance dell’attore, che appare in un primo momento smarrito, incerto ed esitante.

In una parete c’è un quadretto con la Madonna; giusto prima di alzarsi e indossare la maschera il protagonista si abbassa sotto di lei. E’ un caso? O hai voluto mettere in risalto un forte legame religioso?

Sapevo che qualcuno avrebbe voluto dibattere su quella presenza.
Il luogo, ormai abbandonato, appartiene alla famiglia di un membro della band ed è essa stessa portatrice di energie molto potenti, teatro di storie toccanti risalenti al dopoguerra. Appena l’abbiamo visitata abbiamo capito che era lei ad avere visitato noi.
Un luogo “caricato” di energie e presenze, tangibili ed inequivocabili. Ciò che vedete è reale, non è un artificio, non è una scenografia. Fu dimora di una figura, avulsa dal tempo, che visse in quel piccolo spazio, uno spazio quindi difensivo.
Il quadro raffigurante la Madonna era già lì, non lo abbiamo spostato e ci ha offerto lo spunto per un enigma, al quale ognuno potrà dare un senso.
A me personalmente ha subito evocato una riflessione che mi ha spinto a usufruirne: neppure accovacciati sotto a un’icona ci si può considerare salvi, specie se la minaccia proviene dall’animo, se il terrore è da noi stessi creato.
Ed è esattamente ciò che accade al nostro “Rinato”, padre di tutte le paure, ideatore di quelle voci terribili che egli scambia per demoni, capaci perfino di spalancare una finestra e costringerti all’angolo.

Il secondo video ad anticipare l’uscita dell’album è quello relativo al brano “Le Vampe”, ricco di simbolismi e arditi accostamenti, dove la natura imponente e minacciosa fa da contorno alla danza. Un video abbastanza fuori dai canoni di genere. Cosa puoi dirci in merito?

Nel video “Le Vampe”, anch’esso per la regia di Alberto Malinverni, si assiste a un incontro tra la dimensione umana fallace e quella della Natura/Fuoco, perfetta e definitiva, che setaccia la realtà e la dissemina d’impronte.
Musicalmente ci siamo affidati a una sorta di cadenzata taranta, ritmo che più di altri rimanda ad una certa vorticosità, ad una certa perdita di coscienza.
Cristian Catto e Ivana Mannone sono i due talentuosi performer chiamati proprio a evidenziare e interpretare questo vorticoso conflitto, questo contrasto, dove a soccombere è sempre l’uomo, nella sua sterile insignificanza. Hanno dalla loro il grande dono di possedere lo strumento della danza, un’arte mai trattata dai The Magik Way finora, ma solo sfiorata nel lontano 1997 in occasione del “Dracula”. Così, le note, i gesti spettacolari dei due performer e l’occhio attento del regista si sono unificati nella descrizione di una lotta tra luci ed ombre e devo dire che il risultato finale ha sorpreso un po’ tutti.
In particolare siamo contenti del lavoro di Malinverni, che è stato capace di catturare la parte più muscolare e nevrile della danza, che nel nostro mondo musicale appare spesso impalpabile, oppure mascherata dietro a orpelli o improbabili movenze. Una scommessa per noi, metterci nelle mani del regista e dei due performer, ai quali abbiamo dato massima fiducia. Quello che ne emerge è il “gesto” nella sua potenza e carnalità, unito ad uno scenario selvaggio e ostile, teatro delle riprese.
La parte narrata invece, attiene sempre alla mancata comprensione del preesistente.
Fuoco e Luce anche se apparentemente legati, sono in realtà due entità ben distinte, un discorso che nell’ambito de Il Rinato viene affrontato in quella dimensione acida ed elettrica di cui parlavo prima: concetti ben noti agli alchimisti, sempre abili a celare insegnamenti attraverso l’ermetismo, vestendoli di simboli spesso volutamente fuorvianti.

Antonio Bartoccetti ha definito più volte gli atei gli “uomini meno fortunati”; cosa pensi al riguardo? Consideri indispensabile per la sopravvivenza avere fede in qualcuno/qualcosa?

Chi sostiene pedissequamente l’inesistenza di qualsiasi forza, la sostanziale autosufficienza dell’uomo rispetto alla vita cosmica e anzi ne nega il senso è certamente “meno fortunato”. Ho una visione davvero troppo poco antropocentrica per pensare che l’uomo sia sul serio al centro dell’Universo e che al di fuori della sua volontà non ne esistano altre. Al contrario credo che ci sia una dilagante sopravvalutazione delle potenzialità umane che, per quanto grandi, arrossiscono dinnanzi all’autodeterminazione della Natura.
Io ho fede nel preesistente, in una dimensione primordiale, in un lascito, in un sistema che presto o tardi farà a meno di noi in quanto noi, e si trasformerà per risplendere.
Ironia della sorte: confido in qualcosa che non mi considera minimamente, almeno non in questa condizione fallace.
Forse anche per questo nei nostri lavori l’uomo è annichilito e preda dei suoi limiti, lo stesso Nequam (il me stesso che abita i The Magik Way) è come un animale spogliato degli istinti, in pericolo, che non sa scegliere se fuggire, attaccare o attendere impietrito.

Il video “Il Tempo Verticale” è girato in un ambiente che sotto certi aspetti rappresenta un certo turismo. Località abbandonate, case destinate a sgretolarsi sono spesso meta di più persone, esistono siti dedicati a questi luoghi ed edifici. Quale credi sia il fascino maggiore che essi emanano? Cosa hanno che invita ad essere visto/scoperto?

Quando ero ragazzino, qualsiasi anfratto, rudere, costruzione isolata era buona per essere visitata e ho motivo di credere che, quando si è alla ricerca di qualcosa di profondo, ignoto, misterioso, certi siti siano ideali. Spingono al silenzio e alla riflessione.
Credo che tanta gente sia mossa dal desiderio di vivere un’esperienza antitetica rispetto agli stimoli offerti dalla cultura consumistica imperante o forse chissà, il tentativo di riscoprire un’identità perduta.
La nostra ricerca però è diversa. Ciò che cerchiamo è insito nella relazione che instauriamo con i siti che visitiamo, non ci accontentiamo più della “scenografia”, né nel mero tentativo di scovare location dove mettere in scena noi stessi. Osserviamo più attentamente, “chiediamo il permesso” come direbbe un mio caro amico. Crediamo fermamente nelle presenze a protezione di certi siti.
Ci basterebbe una nota dissonante, un odore, un colore discordante per abbandonare il luogo.

Il 2020 sta per concludersi; ci sono dischi in questo anno che ti hanno particolarmente colpito?

Tantissimi e di vario genere, sono notoriamente un onnivoro di musica e non parlo d’altro: una vera condanna per chi mi vive accanto!
Aldilà dei grandi nomi io vorrei porre l’attenzione soprattutto sull’underground, un ambito che regala sempre novità, stimoli, emozioni. Decine di dischi bellissimi che meriterebbero maggiore attenzione. Un particolare riguardo per la scena italiana cosiddetta “occulta” che è davvero ricca di cose prodigiose e ultimamente sembra essere maggiormente valorizzata rispetto al passato.
Non cito nessuno per non far torto ad altri, ma sono davvero tanti e so per certo che alcuni amici si ritroveranno in queste parole. In particolare sono molto contento poiché attraverso un certo genere oscuro vengono veicolati elementi identitari appartenenti alla nostra cultura.
I dialetti, forme musicali che rimandano alla cultura popolare, frammenti di storia vengono sempre più utilizzati e non solo nel black metal, il genere che forse per primo ha osato attingere dalla tradizione, tanti anni fa.
Bisogna quindi ricercare nel fitto sottobosco dell’underground di provincia, supportare le band, le case discografiche, andare ai concerti, acquistare il materiale. La situazione attuale non è certo rosea e ognuno fa come può, ma indubbiamente i mezzi ci sono, radio e social che si dedicano alla causa ce ne sono molti. Supportiamo, anche solo per sfuggire a questa terribile omologazione che ormai non è solo più il sogno delirante frutto dell’immaginazione di qualcuno, ma una realtà tangibile, che purtroppo di tanto in tanto fa capolino anche nella nostra amata musica!

Cosa, quanto rappresenta per te la musica? Riesci ad immaginare la tua vita senza di essa?

Johann Sebastian Bach, un genio che scriveva musica 8 ore al giorno e aveva 20 figli ha detto: “la musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori”, una frase storica, divenuta un modello aforistico. Nietzsche sosteneva che l’uomo dovesse alimentare l’illusione, e lo dovesse fare attraverso l’Arte. Indipendentemente da chi abbia detto cosa, mi pare valga la pena di condividere questi concetti. La musica ha il potere di colmare molti vuoti, di colorare i pieni, di distogliere con il suo ritmo l’attenzione dal terribile ticchettio del tempo, invenzione escatologica che a volte fa di noi dei muti prigionieri. La musica per me è catarsi, non saprei spiegarlo meglio di così. Una necessità.

Grazie per la disponibilità. A te le ultime parole.

Le mie ultime parole non possono che essere di ringraziamento, come sempre.
Speriamo davvero che Il Rinato possa traghettarci in un nuovo anno, alla stregua del nostro caro errante adepto, che errore dopo errore, procede nonostante tutto guidato dalla passione e da un coraggio che non si piega nemmeno di fronte alla perdita del senno, né alla distruzione della carne. Un saluto fraterno a te Marco e un GRAZIE a tutti i nostri appassionati sostenitori.
Ci vediamo là fuori, nel mondo deforme che gira gira gira gira.

- MARCO CAVALLINI -